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Torino, Pavese, gli "Einaudiani"...

contributo inviato da kybernetes il 12 luglio 2008

Sul supplemento "la Domenica di Repubblica" la scorsa settimana c'era un lungo articolo dedicato a Cesare Pavese.



«Gli antichi Romani pensavano che nel nome di una persona fosse indicato il suo destino. Ci si può credere o meno, però nel caso di Claudio Pavese il nomen omen non fa una grinza. È un gentile signore di Torino che, dopo essersi occupato per un certo periodo di comunicazione aziendale, ha scelto di diventare soltanto ciò che sentiva di essere: uno che ama i libri e che li colleziona, in particolare i testi delle case editrici italiane di cultura che hanno operato nella parte nobile del Novecento. Tutto questo con una predilezione speciale per l’Einaudi dei tempi eroici e per lo scrittore che della casa dello Struzzo è stato il simbolo e, in virtù di un’omonimia fatale, porta il suo stesso cognome: Cesare Pavese.
Più che di collezionismo preferisce parlare di «archeologia editoriale», ossia di un lavoro con cui, «libro dopo libro, restauro dopo restauro», da una trentina d’anni cerca di «ripristinare vere e proprie avventure editoriali», andando a scovare i suoi tesori cartacei da rigattieri, oscuri librai ed esosi antiquari, in scantinati e in magazzini polverosi.
Ed è esattamente un’avventura editoriale quella che l’archeologo-bibliofilo, la cui raccolta si aggira sui duemila libri e comprende pressoché tutte le collane storiche einaudiane, ora ha ricostruito insieme a Franco Vaccaneo, direttore del comitato scientifico della Fondazione Pavese di Santo Stefano Belbo, il paese natale dell’autore de La luna e i falò del quale si sta celebrando il centenario della nascita. Dalla duplice passione sono sbocciati una mostra e soprattutto un volume raffinato e prezioso, Cesare Pavese. I libri
, edito da Nino Aragno, che ha il suo punto di eccellenza nella ricchissima documentazione iconografica: le copertine di duecentocinquanta libri (quasi tutti prime edizioni) forniti dal collezionista torinese e che, spiega Vaccaneo nell’introduzione, raccontano Cesare Pavese attraverso «una vita con i libri e per i libri, suoi e degli altri. L’uomo libro, secondo una sua celebre auto-definizione. Un uomo di carta, secondo Massimo Mila: “Una pila di migliaia, milioni di pagine dei libri più diversi, un concentrato di letteratura e di pensiero”».
Oltre a testimoniare la sua attività letteraria, editoriale e di traduttore, il volume è nel contempo un viaggio, unico nel suo genere, nella storia della nostra editoria di qualità del secolo scorso. L’Einaudi di Giulio Einaudi, di Pavese, di Leone e Natalia Ginzburg, di Giaime Pintor, di Norberto Bobbio, di Mila, di Italo Calvino e di Elio Vittorini è naturalmente al centro, come un impero su cui il sole sembrava non dovesse tramontare mai. Intorno si muovono gli altri: editori grandi e piccoli, dai torinesi Frassinelli, De Silva e Ribet per arrivare a Mondadori e a Bompiani, ognuno impegnato a divulgare, in pieno fascismo, le opere migliori della grande letteratura americana ed europea. Spicca, tra le altre, la figura di Elio Vittorini, narratore, traduttore dall’inglese, organizzatore culturale ed editoriale al pari di Pavese, con il quale condivise passioni letterarie e che stimò fin dal suo primo romanzo pubblicato, come gli scriveva il 16 giugno 1941, riferendosi a Paesi tuoi
: «Tornando al tuo libro, come ho sentito vociferare in proposito di americanismo e citare particolarmente Steinbeck, voglio essere più preciso della volta scorsa: io lo trovo di “gran lunga” migliore dei libri di Steinbeck».
È una biblioteca dei libri perduti, quella che il collezionista piemontese ha prestato al volume curato da lui e da Vaccaneo, e restituisce il valore di un’epoca dove nel mondo editoriale, come ebbe a dire Calvino del Pavese redattore dell’Einaudi, «la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformavano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna». Dietro alle edizioni delle collane dello “Struzzo”, dalla “Universale” ai “Narratori stranieri tradotti”, fino ai “Gettoni”, ai “Coralli”, alla 
collana viola degli studi etnologici, religiosi e psicologici, così come ai romanzi degli americani stampati da Bompiani e da Mondadori nella “Medusa”, con le traduzioni di Vittorini, si avverte la mano dell’intellettuale e del grafico, del pittore che illustrava le copertine (da Francesco Menzio a Renato Guttuso) e dello stampatore.
Davano vita a una confraternita nella quale l’uno, per scomodare Ezra Pound, era «il miglior fabbro» dell’altro. Una raccolta di lettere editoriali di Cesare Pavese, compresa nel libro di Aragno e selezionata da Silvia Savioli, con alcune inedite (ce n’è una a Eugenio Montale) contribuisce a comprendere l’eccezionalità e l’irripetibilità di quella stagione. Sono le ragioni che hanno spinto Claudio Pavese a indossare i panni di una sorta di Indiana Jones dei libri: «Tassello per tassello, frammento per frammento, ogni parte trovata viene catalogata, studiata, indagata, poi, con calma certosina, sempre un tassello dopo l’altro, un frammento dopo l’altro, l’opera ritorna alla sua interezza originaria». E, un po’ come nel romanzo L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon, il libro ricomincia a essere un’avventura 
memorabile.»
 

Quest'anno riccore il centenario della nascita del grande scrittore, a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908 
 



Parlando di Pavese non si può non parlare del suo rapporto con la casa editrice Einaudi, col suo fondatore Giulio (figlio dell'economista e primo presidente della Repubblica Luigi), col gruppo di letterati, scrittori, giornalisti, grafici che ruotavano attorno alla "Giulio Einaudi Editore". Nell'autunno 2005 ebbi anche l'opportunità di entrare nella storica sede, a Torino, in via Umberto Biancamano.
 





Un libro che ci svela dall'interno le vicisssitudini lavorative, le manie, i vezzi di questo straordinario cenacolo di intellettuali del Novecento italiano è "I migliori anni della nostra vita" di Ernesto Ferrero. Entrò giovanissimo a lavorare negli anni '60 a Via Biancamano
 
Propongo 3 sue interviste: una rilasciata a Stilos, un intervento video e la sua intervista in radio al programma "Fahrenheit"
 
http://www.feltrinellieditore.it/SchedaTesti?id_testo=1835&id_int=1638
 
http://eventi.feltrinelli.it:8080/ramgen/audio/feltrinelli/st01/ferrero_migliori.rm
 
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/un_libro/archivio_2005/audio/libro2005_05_26.ram
 

Su Repubblica è apparso anche questo articolo interamente dedicato ad Elio Vittorini, altro importante collaboratore della Einaudi:

 



«La radio ha ritrasmesso di recente alcune lezioni sull'arte di scrivere di Giuseppe Pontiggia. Cominciavano con un ricordo di Vittorini. Il giovane Pontiggia, costretto da vicissitudini famigliari ad accettare presto un impiego, s' era trovato diciassettenne o poco più, a lavorare in banca. Da quell'esperienza era nato un racconto lungo La morte in banca ed ecco il ragazzo Pontiggia bussare alla porta di Vittorini. Il quale lo aveva esortato a ripassare o telefonare dopo un mese: non l'avrò letto, ma lei dovrà insistere e ritentare dopo un altro po' di tempo. Così dopo tre o quattro rinvii, Vittorini legge finalmente il dattiloscritto, lo trova buono e dà dei consigli, anche esistenziali: lei deve lasciare la banca, laurearsi in lettere e mettersi ad insegnare in modo da avere il tempo per scrivere. La morte in banca fu il primo libro di Pontiggia. Un atteggiamento, quello di Vittorini, che non esisterei a definire paterno: e forse quella del padre è la figura che meglio gli si attaglia, un padre culturale per i tanti che gli hanno chiesto un aiuto, un parere, o che hanno fatto un pezzo di strada insieme a lui. Ma anche uno che si è fatto da sé, e mai ha potuto dimenticarlo, cominciando presto ad avere il gusto di conoscere il mondo, di correre su e giù per la Sicilia e poi per la penisola con i biglietti gratuiti del treno che gli passava il padre ferroviere. Nei dintorni del centenario della nascita, che cade giusto oggi, Aragno (e in particolare Raffaele Crovi, per cui è stato, questo lavoro, una sorta di lascito testamentario oltre che un modo per ritrovare le origini, quando appunto, da giovane lavorava con Vittorini ai Gettoni) gli ha dedicato una monumentale storia dei Gettoni in tre volumi (pagg. 1665, euro 110: l' edizione è curata da Crovi, Vito Camerano e Giuseppe Grasso con la collaborazione di Augusta Tosone, mentre le note e l' introduzione si devono a Giuseppe Lupo). A Einaudi (e a Raffaella Rodondi, vittorinista di lungo corso) spetta invece la pubblicazione in due volumi - il primo era già uscito nel '97 - di oltre mille pagine ciascuno degli articoli e interventi vari dal 1926 al 1965: il titolo è Letteratura, arte e società. Un libro così, scrive la curatrice, Vittorini non l' avrebbe mai pubblicato, come non avrebbe probabilmente pubblicato la Storia dei Gettoni che riguarda lui, ma anche Calvino, Giulio Einaudi e diversi altri intellettuali della casa editrice e contiene sostanzialmente le lettere scritte da Elio o da Italo, nel corso degli anni Cinquanta, ad una quarantina di scrittori o aspiranti scrittori che poi furono pubblicati nella collana. Si cominciò con Lucentini, il Gettone numero 1, cui seguirono Lalla Romano, Giovanni Pirelli, Calvino stesso, Tobino, Cassola, Fenoglio, Rigoni Stern, Ortese, Bonaviri, Testori, Sciascia~ La collana durò sette anni. E' una tranche di storia culturale di cui già diverse cose si conoscevano, ma vista nel suo insieme fa indubbiamente un altro effetto. C' era come una tensione nell' aria e mancavano i soldi. La Ginzburg scriveva ad un autore: se non i soldi per venire a Torino~ Vittorini, cui spettava l' ultima parola, spesso colluttava coi libri e qualche volta, nella presentazione editoriale, andava giù di piatto. Con Zolla e il suo Minuetto infernale non fu tenero: tirò in ballo Thomas Mann per dire che un certo tipo di letteratura non gli piaceva per niente. «Così ora non so, francamente cosa valga questo romanzo satanico di Elémire Zolla. Nel dubbio lascio che sia il pubblico a giudicare». L' attuale industria del romanzo non ammetterebbe mai un'etichetta di questo genere. Ma erano anni diversi e diversi erano e si sentivano gli scrittori. Vittorini aveva da poco concluso l'esperienza del Politecnico: rivista pragmatica, ispirata com'era al precedente risorgimentale di Carlo Cattaneo e calata in un milieu culturale dove dominava ormai il Pci. E' troppo nota la polemica tra Vittorini e Togliatti su quanto la politica debba intrigarsi della letteratura e dell'arte per doverla qui rispolverare. Ma rileggendo quelle carte è difficile non soffermarsi su quanto di sé Vittorini raccontava a Togliatti: «Io sono esattamente il contrario di quello che in Italia si intende per "uomo di cultura": Io non ho studi universitari. Non ho nemmeno studi liceali. Potrei quasi dire che non ho affatto studi. Non so il greco. Non so il latino. Entrambi i miei nonni erano operai, e mio padre, ferroviere, ebbe i mezzi per farmi appena frequentare le scuole che un tempo si chiamavano tecniche. Quello che io so o credo di sapere l' ho imparato da solo nel modo vizioso in cui si impara da solo. Le lingue straniere, per esempio, le so come un sordomuto: posso leggere o scrivere in esse, tradurre da esse, ma non posso parlarle né capire chi le parla». Anche come comunista Vittorini si confessa un apprendista pragmatico: si è iscritto al partito senza aver letto Marx. Gli piaceva il progetto, gli piacevano i comunisti: «erano i migliori tra tutti coloro che avessi mai conosciuto». Mario Alicata era il primo che aveva incontrato. Poi come si sa gli entusiasmi si placarono e i dissensi furono forti. Non si può leggere Vittorini senza rifarsi a quella stagione: i suoi romanzi ne portano le stimmate. Prendiamo Il Sempione strizza l' occhio al Frejus, memorabile declamazione del valore del lavoro, ma anche accorata lettura della miseria e della fame, che non deve far rinunciare alla crescita culturale e sociale. Così i membri della famiglia che abita davanti al bosco di Lambrate, riunita intorno ad un capofamiglia gigantesco ormai muto e perennemente in attesa di cibo, devono sfamarsi solo col pane, ma fingono un pasto vero e completo per ricordarsi e insegnare ai bambini come si mangia. In coda al libro una nota avverte quanto guadagnano realmente gli operai perché il lettore possa farsi i suoi conti e trarre le debite conseguenze. Sebbene conosca i limiti di una letteratura che voglia insegnare qualcosa, Vittorini ha l'aria di non voler mai rinunciare a tirare le somme, ma nello stesso tempo lascia il campo alla sua corda pazza, al pullulare fiabesco e magmatico di un'altra faccia degli uomini. Così anche in Conversazione in Sicilia convivono due facce di Vittorini. Lo scrittore attento alla realtà, pronto a fissare sulla pagina un personaggio attraverso un gesto o un sospiro (vedi il colloquio in treno tra Senza Baffi e Coi Baffi) e l' aedo di un mondo molto particolare come quello dei poemi o delle favole: tutta la visita alla madre Concezione, le sue confessioni, il suo portarsi anche maliziosamente il figlio in giro per il paese mentre va a fare iniezioni ai malati, e alle belle malate, ha qualcosa di straordinario e non per nulla i tempi della veglia e dell' immaginario si confondono, la parola tocca anche ai morti e se non fosse per la fame che domina ovunque e che è alla base di ogni azione e discorso si direbbe che il romanzo è decisamente diventato un altro. Di Letteratura, arte società non si può davvero dar conto: è un archivio quello che si rovescia davanti a noi e può essere, appunto, lungamente consultato, dalle prime prove alle ultime, a conferma di una forte presenza del personaggio Vittorini dai tempi di Solaria e del Bargello a quelli del Politecnico e del Menabò e alla progettata e mai nata Gulliver. Nella prima metà del secolo e poco oltre c' è ancora una centralità delle riviste: hanno circolazione ridotta, tirano poche copie e in genere muoiono presto, ma fanno epoca e i letterati si affannano a collaborare e a dirigere, a litigare e a discutere. C'è oggi un po' di diffidenza intorno a Vittorini, specie intorno al narratore, ma credo sia dovuta ad una certa voglia di evitare le visite di rito ad un periodo decisamente fuori moda. Eppure Conversazione in Sicilia, per non citarne che uno, è un libro pieno di forza e di suggestione. Piacque a Hemingway, che scrisse la prefazione per l'edizione americana. Ad un certo punto Vittorini, facendo arrabbiare Falqui, ne fece un' edizione illustrata. Cioè corredata di fotografie. Il Vittorini pragmatico cercava sempre una soluzione didascalica: voleva strizzare l'occhio al cinema, per usare un verbo molto suo e dare un seguito ad una esperienza già fatta con l' antologia Americana. Già, perché all'autodidatta Vittorini toccò anche il compito di farsi passatore della letteratura d' oltreoceano e di prendersela con Alicata che trattava Hemingway come uno scrittorello impressionista che si poteva trascurare. Comunque nel '40 aveva già ben chiaro il valore di uno scrittore come John Fante, poi riscoperto cento volte senza pagare il dazio. Chissà se fu per invidia che Praz gli dedicò una volta un articolo velenosetto in cui ne parlava come di un fascista convertitosi tardi. Scoprì Gadda prestissimo, all'inizio degli anni Trenta, collocandolo con precisione nella linea lombarda Parini-Dossi e raccomandando al lettore di non confonderlo con il cugino Piero Gadda Conti. Al che Carlo Emilio, felice per l' articolo, si raccomandava a sua volta di non mostrarlo a Piero. Comunque meglio gli umori delle infinite diatribe di allora su chi e dove e come dovesse suonare (o non suonare) il piffero della rivoluzione. Ma ogni generazione ha i suoi handicap e le sue zavorre da buttare»


 
Vittorini fu direttore della rivista "Il Politecnico" che riprendeva quella omonima ideata dal milanese Carlo Cattaneo durante il Risorgimento.
Uscì dal settembre 1945 al dicembre 1947 con periodicità prima settimanale (28 numeri fino all’aprile 1946) poi mensile (gli ultimi 11 numeri).

Pubblicava articoli su vari argomenti e di diversa estrazione ideologica (vi collaboravano intellettuali cattolici, marxisti e liberali), perseguendo l'obiettivo di dar vita, negli anni fiduciosi dell'immediato  dopoguerra ad una cultura effettivamente "libera" ed impegnata nella trasformazione della società e dell'uomo.
 



Legata alla rivista si ricorda la polemica con Palmiro Togliatti, allora potente e indiscusso segretario generale del Pci, sul ruolo che la letteratura avesse/dovesse avere, in Italia, nei confronti della Politica e di chi la faceva per "professione".
 
Segnalo solo un passo di una lettera di Vittorini a Togliatti: «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell'uomo ch'egli soltanto sa scorgere nell'uomo».
 
Vittorini fu un autodidatta nel suo campo. La sua opera forse più nota è "Americana", antologia della letteratura statunitense del '900.
 
E' stato davvero sorprendente e allo stesso tempo piacevole leggere che Giulio Einaudi e la sua "corte" avevano l'abitudine di trascorrere le vacanze estive in un piccolo Comune della Val d'Aosta dove per anni sono andato anch'io: Rhemes Notre Dame. Un incantevolo borgo ai piedi del Parco del Gran Paradiso, dove lo spirito può rasserenarsi e dove i sentimenti più profondi si sprigionano...
 









commenti:


commento di   xiaoyu123 inviato il 30 dicembre 2010
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